I genitori della scuola dell’infanzia e primaria del plesso di Tufano hanno scritto una lettera al sindaco di Anagni.
Mai così tanti suicidi nelle carceri, è il numero più alto registrato in Italia dal 2000, da quando i dati sono stati resi disponibili a livello nazionale. Dieci anni fa, quando la popolazione carceraria era più numerosa (66.5278 contro 54.841) si suicidarono 60 detenuti, 24 in meno rispetto all’anno scorso.
Perché un numero così elevato di suicidi? Cosa può fare lo Stato? Di seguito un’interessante intervista alla criminologa Linda Corsaletti.
Il 2022 è stato l’anno con il maggior tasso di suicidi in carcere, purtroppo 84. Perché tutti questi suicidi?
Il fenomeno suicidario in ambito carcerario è un problema serio e da sempre mal affrontato e nonostante rappresenti un’emergenza passa in subordine rispetto ad altre problematiche sociali. La popolazione carceraria è ad alto rischio suicidario per diversi motivi, il primo tra tutti è che nel momento in cui si entra in carcere tra i detenuti non troviamo solo il soggetto recidivo sprezzante della legge o il criminale incallito, ma anche chi è affetto da patologie psichiatriche, colui che è dipendente da sostanze stupefacenti o psicotrope e alcol, soggetti con sindromi iper sessuali e parafilie, sono coloro che più di altri cadono nella cosiddetta sindrome del carcerato o prisonizzazione che porta il soggetto ad una lenta erosione dell’individualità e a una forte regressione. Ci sono inoltre le madri detenute e questo rappresenta un dramma. Non si risolve né se i bambini rimangono con loro costretti a loro volta a crescere ingiustamente in un contesto carcerario, né se i figli vengono affidati a terzi fuori dall’istituto. Tutto questo alza tantissimo il rischio di un’ideazione di tipo suicidario. Inoltre la capacità di stare in carcere non è affatto scontata. I luoghi di detenzione sono peraltro considerati come il pattume della società, più che un luogo dove scontare la pena e rendere effettivamente possibile un reinserimento sociale e lavorativo, perciò questo abbassa nel detenuto o nella detenuta l’aspettativa di una vita regolare, che garantisca una dignità una volta fuori dal contesto carcerario pari a quella del cittadino incensurato, libero.
Riguardo a questo concetto è paradigmatica la nota citazione di Victor Hugo il quale ne ‘I miserabili’ recita:” La liberazione non è libertà, si esce dal carcere e non dalla condanna “.
L’ex detenuto per la società che non è pronta ad accoglierlo, rimane tale, perché l’onda sociale macchia irrimediabilmente la sua identità. Un percorso psicologico e psicoterapico è fondamentale anche perché aiuta il detenuto ad affrontare le problematiche non solo all’interno, ma che inevitabilmente troverà anche fuori dall’istituto penitenziario. Chi entra in carcere va incontro a solitudine, privazione degli affetti oltre che della libertà, a giornate tutte uguali fortemente ritualizzate, tutto è sempre uguale, depersonalizzante e ciò porta a un progressivo deterioramento mentale, dovuto alla privazione di stimoli o al perdere di vista nuovi orizzonti perché cancellati dalla visione quotidiana delle mura, ciò conduce il soggetto a perdere la capacità di ridefinirsi. La vita è sospesa, bloccata, ma il dolore mentale no, ciò porta i soggetti più fragili a scegliere una fuga dalla vita per evadere da questo dolore mentale che li imprigiona più delle sbarre.
Le parole del cappellano di un carcere, in seguito al suicidio di un ventenne, mi hanno lasciata basita: “Era un detenuto molto fragile. Me lo avevano segnalato gli agenti di polizia penitenziaria e gli avevo parlato. Purtroppo non è stato sufficiente”. Perché lo Stato non garantisce assistenza psicologica?
Il problema principale del carcere è proprio questo oltre al sacerdote, servono figure professionali specializzate che garantiscano la differenziazione dei trattamenti sanitari a seconda delle esigenze del detenuto. Come dicevo prima molti soggetti condannati a una pena detentiva presentano già al loro ingresso i sintomi di una malattia mentale ed altri invece possono accusare sintomi di malessere psicologico durante il corso della detenzione. Il suicidio è un fenomeno complesso e multi casuale e nella popolazione carceraria rappresenta la prima causa di morte. Un fattore di rischio per gli agiti suicidari è considerato l’essere in attesa di un giudizio e l’incertezza della condanna, unito al trauma della reclusione, incide fortemente nella creazione di forti stati d’ansia, soprattutto nei nuovi giunti ovvero di coloro fanno il loro ingresso all’interno dell’istituto penale o sono alla prima esperienza detentiva ed è soprattutto qui che la figura dello psicologo penitenziario diventa prioritaria e di completamento al personale del carcere, in particolare parlo di agenti penitenziari, operatori, educatori, mediatori culturali, criminologi, insegnanti e operatori sanitari.
Il sovraffollamento, gli spazi troppo piccoli, le scarse condizioni igieniche, la carenza di personale penitenziario, in che modo possono incidere questi fattori?
C’è’ anche da dire che la maggior parte degli istituti carcerari sono fatiscenti e maltenuti. Per quanto riguarda le condizioni igieniche qualora ci fosse negligenza della pulizia e dell’ordine della persona e della cella l’ordinamento penitenziario prevede per i detenuti e gli internati sanzioni e ammonizioni, ma nonostante ciò la precarietà delle condizioni igieniche rimane unita al sovraffollamento, alla totale mancanza di privacy, abbassa le condizioni umane basilari di sopravvivenza. Quindi in parte incide. Inoltre la carenza di personale penitenziario non rende facile il controllo dei detenuti o il captare immediato di comportamenti a rischio o situazioni di disagio.
Dopo la pandemia chi entra in carcere è ancora più fragile di quanto non avvenisse in passato?
L’emergenza epidemiologica ha colpito tantissimo il mondo carcerario e in questo il sovraffollamento non ha aiutato e il sistema penitenziario ha corso il forte rischio di diventare un moltiplicatore della curva del contagio. La pandemia è stato un fenomeno nuovo e destabilizzare per tutti, nessuno ne è uscito psicologicamente illeso, figuriamoci chi recluso ci era già è non ha potuto ricevere più neanche le visite dei famigliari. Ciò ha comportato un aumento delle frustrazioni, ulteriori deprivazioni e diritti sospesi. L’esigenza di contenimento del virus, indubbiamente, ha fatto passare in secondo piano i diritti dei detenuti portandoli a “inasprimenti” improvvisi della condanna, infatti sotto molti profili l’emergenza Coronavirus ha enfatizzato le molteplici carenze degli istituiti di pena a partire dalla persistente mancanza di tempestivo intervento di risposta a una patologia psichiatrica insorta o maturata durante la detenzione, tempestivo tanto quanto accade invece per quelle fisiche.
Quali possono essere possibili interventi per eliminare il disagio detentivo?
Le condotte autolesioniste quali lo sciopero della fame, i ferimenti auto inflitti, rappresentano una forma di protesta e quindi una manifestazione di malessere. Sono una richiesta di aiuto così come i tentativi di suicidio. Sono campanelli di allarme che devono far riflettere sul fatto che qualcosa all’interno dell’istituto penitenziario non sta funzionando. I condannati e gli internati devono essere sottoposti a una continua valutazione delle loro condizioni mentali e psicotiche. Ciò è fondamentale per un intervento tempestivo, che diventa necessario soprattutto dopo che il detenuto è stato sottoposto a un periodo di isolamento. Al di là del presidio psicologico è utile impegnare il detenuto in attività come laboratori, attività di studio o lavorative qualora sia possibile, per alleviare il disagio dovuto alla quotidianità. Formare il detenuto, dargli la possibilità di impiegare il tempo in qualcosa di utile non solo contribuisce a dargli la possibilità di imparare un mestiere e acquisire competenze spendibili una volta fuori, ma è una forma di prevenzione perché permette all’individuo di avere un’occasione di riscatto sociale, di non sentirsi totalmente emarginato, permettendogli di guardare al futuro.
Anna Ammanniti
La violenza di genere è una delle principali forme di violazioni dei diritti, in tutte le società. Alla sua radice c’è una cultura patriarcale che alimenta storici divari di genere, secondo i quali la donna ricopre un ruolo inferiore all’interno della società, in ogni suo ambito. Dall’istruzione al mondo lavorativo, dalle relazioni di coppia al lavoro di cura familiare. Una visione che non contempla nessuna emancipazione della donna dai ruoli prescritti e che troppo spesso si traduce in atti di violenza psicologica o fisica. Gli episodi di violenza contro le donne avvengono principalmente, anche se non solo, nella sfera domestica. Sono nelle gran parte dei casi parenti, partner o ex partner della vittima a commetterli.
Non saranno gli auguri e neanche le scatole di cioccolatini a fermare tutto questo, comunque è bene precisare che oggi non c’è nessuna festa, oggi è la Giornata Internazionale delle Donne.
In questa Giornata celebriamo i traguardi raggiunti da donne e ragazze in tutti i settori, dovunque nel mondo. Dobbiamo riconoscere ancora gli enormi ostacoli che fronteggiano le donne, dalle ingiustizie strutturali, alla marginalizzazione e violenza, agli effetti delle crisi che le toccano principalmente alla negazione della loro autonomia personale e dei loro diritti sui propri corpi e sulle proprie vite. La discriminazione di genere, non dimentichiamolo danneggia tutti, donne, ragazze, uomini e ragazzi.
La Giornata Internazionale della Donna è un appello ad agire, agire a fianco delle donne che chiedono il rispetto dei propri diritti fondamentali pagando un alto costo personale. Agire per rafforzare la tutela contro abusi e sfruttamento sessuale, agire per accelerare la piena partecipazione e leadership delle donne.
Il tema di quest’anno della Giornata Internazionale delle Donne sottolinea il ruolo necessario di tecnologia e innovazione per far progredire l’uguaglianza di genere. La tecnologia può espandere i sentieri che conducono a istruzione e opportunità per le donne e le ragazze, ma può anche essere utilizzata per accrescere odio e abusi.
Oggi, le donne costituiscono meno di un terzo della forza lavoro nei settori scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico. Le donne costituiscono solo il 22% dei lavori dell’intelligenza artificiale a livello globale. Quando le donne sono sotto rappresentate nello sviluppo di nuove tecnologie, la discriminazione può emergere sin dall’inizio. Un’analisi globale di 133 sistemi di intelligenza artificiale in tutti i settori ha rilevato che il 44,2% dimostra pregiudizi di genere.
L’esclusione delle donne dal mondo digitale ha comportato nell’ultimo decennio una diminuzione di mille miliardi di dollari dal PNL dei Paesi a basso e medio reddito, una perdita che potrebbe crescere fino a 1500 miliardi di dollari entro il 2025 a meno che non si agisca.
Un sondaggio tra giornaliste donne di 125 Paese ha rilevato che il 73% ha subito violenze online durante il proprio lavoro.
Non c’è davvero nulla da festeggiare, António Guterres, segretario generale dell’Onu ci dice che l’uguaglianza di genere è ancora “a 300 anni di distanza e il patriarcato sta contrattaccando. “Ma lo facciamo anche noi”.
Non c’è nulla da festeggiare, ma molto da lottare, secondo Women in Work di PwC, che misura l’emancipazione economica femminile in 33 paesi dell’OCSE, la situazione lavorativa femminile, a seguito della pandemia, tornerà ai livelli del 2017. Le donne rappresentano il 39% dell’occupazione globale, ma il 54% della perdita di posti di lavoro complessiva.
Non c’è nulla da festeggiare se per lo stesso lavoro svolto da donna e uomo la busta paga è diversa. In media solo il 50% delle donne riesce a ottenere un mestiere retribuito, contro il 76% degli uomini, quindi per 100 euro di una donna, un uomo ne riceve 131 e se si calcola il divario retributivo nascosto, asiamo a 100 euro contro 192.
Non le voglio le mimose se in politica esistono le quote rosa e se per 1 seggio parlamentare nazionale su 4 è donna; se solo quattro Paesi hanno il 50 per cento o più di donne in parlamento in camere singole o basse, se la parità di genere negli organi legislativi nazionali non sarà raggiunta prima del 2063.
Una mimosa non cambierà nulla, non ci salverà la vita, non voglio essere ricordata solo l’8 Marzo per la Giornata Internazionale delle donne e il 25 Novembre per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Non c’è nulla da festeggiare, ma molto da lottare.
Anna Ammanniti
La dottoressa è stata costretta a tirare fuori dal garage e mettere in strada gli ingombranti diverse volte. La ditta non è mai passata. Alla fine quando giustamente ha perso la pazienza e ha telefonato alla ditta, il responsabile del servizio non le ha dato modo neanche di parlare, ha riagganciato il telefono e alle successive telefonate, molto probabilmente riconoscendo il numero non ha più risposto. In città come è noto non c’è isola ecologica, chi non ha spazio dove deve mettere i rifiuti ingombranti? Nel servizio video la dott.ssa Varì spiega la situazione.
Anna Ammanniti
Il 19 febbraio inoltre sarà anche la Giornata Mondiale della Giustizia Sociale, quindi una data con duplice importanza.
Il poeta della Nazionale Italiana, Ettore Cacciotti si collegherà da Carpineto Romano (RM) e ogni mezz’ora ci sarà un collegamento con una città diversa.
L’appuntamento è dalle 8 alle 19, tramite dirette Facebook , la poesia unirà da nord a sud tutta l'Italia. Con la partecipazione di Pola, Tirana e Budapest e un intervento eccezionale di Davide Rondoni. Una edizione magnifica anche quest’anno, ma “diversa” dalle precedenti, ci spiega il motivo Ettore Cacciotti.
Emiliano Scorzoni non era solo il vice presidente della Nazionale Italiana Poeti, o il mister, insieme ci divertivamo a parlare della formazione da mettere in campo o un grande poeta, o tante altre cose ancora ... lui era mio AMICO, un nostro amico.
Per noi tutti è stato un colpo durissimo e per lui portiamo avanti tutti i progetti che ha iniziato insieme a Michele Gentile e Francesco Pasqual.
Attacco Poetico di quest'anno per me sarà speciale.
Avrò una amico in meno davanti gli occhi, una voce in meno nelle orecchie, ed una mano in meno da stringere, ma avrò per sempre il ricordo forte di una persona eccezionale".
Anna Ammanniti
A rendere particolare questo intervento, primo in Italia, è soprattutto il legame tra donatore e ricevente. Si tratta infatti dell’estremo gesto d’amore di un padre per il proprio figlio quattordicenne al quale ha donato i tendini del ginocchio per la ricostruzione del legamento crociato anteriore.
L’intervento è stato eseguito dall’equipe medica guidata dal dottor Mario Formagnana dell’ospedale di Pinerolo e dal dottor Simone Perelli dell’ICATME, Istituto catalano di traumatologia dello sport di Barcellona, con il coordinamento del dottor Sergio Ronco direttore della struttura ortopedica di Pinerolo. Per l’intervento si è reso necessario l’utilizzo di due sale operatorie attigue nelle quali i medici hanno operato in simultanea sia padre che figlio prelevando al primo per innestare al secondo. La procedura, come spiega il dottor Formagnana, “andava eseguita con tecnica pediatrica, data l’età del paziente, ma il ragazzo mostrava caratteristiche antropometriche tali da prevedere che un autotrapianto di tendini sarebbe stato, per dimensioni, insufficiente. Per questo motivo abbiamo deciso di utilizzare i tendini del padre”.
La tipologia di intervento, già utilizzata in Spagna e in Australia, è stato eseguito per la prima volta in assoluto in Italia con un donatore vivente mentre, fino ad ora, venivano utilizzati tendini propri o di donatori deceduti e distribuiti dalle Banche dei Tessuti. Purtroppo il tasso di fallimento negli interventi pediatrici è altissimo e l’utilizzo di tendini autologhi è sconsigliata per le ridotte dimensioni dei tessuti.
L’Equipe di Ortopedia sta ora lavorando per formalizzare un protocollo sulla procedura di esecuzione dell’intervento da sottoporre al Centro Nazionale Trapianti che permetta la condivisione con altri centri specializzati in tutta Italia.
Dopo l’operazione il padre del quattordicenne sembrerebbe perfettamente guarito senza conseguenze mentre per il ragazzo la ripresa è stata più rapida del previsto, riuscendo già a camminare senza il supporto delle stampelle.
Tiziana Petriglia
La Lombardia, ad esempio, sebbene conti oltre 504 mila lavoratori occupati irregolarmente, è il territorio meno interessato da questo triste fenomeno: il tasso di irregolarità è pari al 10,4 per cento, mentre l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale è pari al 3,6 per cento; il tasso più basso presente nel Paese. Per contro, la situazione più critica si registra in Calabria: a fronte di “soli” 135.900 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 22 per cento e l’incidenza dell’economia prodotta dal sommerso sul totale regionale ammonta al 9,8 per cento. Nessun’altra realtà territoriale presenta una performance così negativa.
La Guardia di Finanza di Sarzana, unitamente a personale dell'Ispettorato Territoriale del Lavoro, ha scoperto, in due distinte attività di servizio, la presenza di 5 lavoratori in nero e 31 irregolari, constatando un mancato versamento dei contributi INPS/INAIL di complessivi 118.266 euro.
I finanzieri del Comando Provinciale di La Spezia, unitamente all’Ispettorato Territoriale del Lavoro di La Spezia, nel corso di una serie di controlli effettuati presso due attività operanti nel Comune di Sarzana, hanno rilevato la presenza complessiva di 5 lavoratori completamente in “nero” e 31 “irregolari”, constatando un mancato versamento dei contributi INPS/INAIL per un totale di € 118.266,00.
I militari della Compagnia di Sarzana, nell’ambito dei servizi di controllo economico del territorio ed a seguito di un’accurata attività info-investigativa e appostamenti in materia di sommerso da lavoro, hanno individuato due attività, una operante nel settore della pulizia di edifici ed un’altra nel commercio al dettaglio di prodotti non alimentari, al cui interno erano presenti un totale di 5 lavoratori in “nero” e 31 lavoratori “irregolari” gestiti rispettivamente da un titolare e da un amministratore, al fine di abbattere notevolmente i costi aziendali e praticando, in tal modo, una concorrenza sleale a danno di tutte le attività che agiscono legalmente.
Al termine dei controlli, le Fiamme Gialle e gli ispettori del lavoro hanno irrogato una “maxi sanzione” complessiva di oltre 40 mila euro per aver omesso di effettuare le preventive comunicazioni di instaurazione del rapporto di lavoro nonché di istituire il prescritto Libro Unico del Lavoro, constatando un mancato versamento dei contributi INPS/INAIL per un totale di € 118.266,00.
Il ricorso alla manodopera irregolare o “in nero”, oltre a costituire una grave violazione ai diritti della persona, cui non vengono riconosciute le più basilari tutele previste dalla legge – come ad esempio la mancanza di una copertura assicurativa in caso di infortunio – è piaga per l’intero sistema economico perché sottrae risorse all’erario, mina gli interessi dei lavoratori, spesso sfruttati, e consente una competizione sleale con le imprese oneste.
Resta pertanto alta l’attenzione del Corpo nell’intera provincia, volta ad individuare tutti quei soggetti che, non attenendosi al rispetto delle regole, contribuiscono ad incrementare l’illegalità economica e la mancata tutela del personale impiegato in attività lavorativa.
Anna Ammanniti
Ceccano (FR) – Arrestato 54enne per maltrattamenti in famiglia I Carabinieri della Stazione di Ceccano (Fr) hanno tratto in arresto un 54...