FOCUS – Il
2022 anno nero per i suicidi nelle carceri italiane, intervista alla
criminologa Linda Corsaletti
Nelle carceri italiane nel 2022 si
sono suicidate 84 persone, di cui 78 uomini e 5 donne e le donne rappresentano il 5% delle persone
detenute nelle carceri. Una cifra drammatica che evidenzia i problemi del
sistema carcerario.
Mai così tanti suicidi nelle carceri,
è il numero più alto registrato in Italia dal 2000, da quando i dati sono stati resi disponibili
a livello nazionale. Dieci anni fa, quando la popolazione carceraria era più
numerosa (66.5278 contro 54.841) si suicidarono 60 detenuti, 24 in meno rispetto all’anno scorso.
Perché
un numero così elevato di suicidi? Cosa può fare lo Stato? Di seguito un’interessante
intervista alla criminologa Linda Corsaletti.
Il 2022 è
stato l’anno con il maggior tasso di suicidi in carcere, purtroppo 84. Perché
tutti questi suicidi?
Il fenomeno
suicidario in ambito carcerario è un problema serio e da sempre mal affrontato
e nonostante rappresenti un’emergenza passa in subordine rispetto ad altre
problematiche sociali. La popolazione carceraria è ad alto rischio suicidario
per diversi motivi, il primo tra tutti è che nel momento in cui si entra in
carcere tra i detenuti non troviamo solo il soggetto recidivo sprezzante della
legge o il criminale incallito, ma anche chi è affetto da patologie
psichiatriche, colui che è dipendente da sostanze stupefacenti o psicotrope e
alcol, soggetti con sindromi iper sessuali e parafilie, sono coloro che più di
altri cadono nella cosiddetta sindrome del carcerato o prisonizzazione che
porta il soggetto ad una lenta erosione dell’individualità e a una forte
regressione. Ci sono inoltre le madri detenute e questo rappresenta un dramma. Non
si risolve né se i bambini rimangono con loro costretti a loro volta a crescere
ingiustamente in un contesto carcerario, né se i figli vengono affidati a terzi
fuori dall’istituto. Tutto questo alza tantissimo il rischio di un’ideazione di
tipo suicidario. Inoltre la capacità di stare in carcere non è affatto scontata.
I luoghi di detenzione sono peraltro considerati come il pattume della società,
più che un luogo dove scontare la pena e rendere effettivamente possibile un
reinserimento sociale e lavorativo, perciò questo abbassa nel detenuto o nella
detenuta l’aspettativa di una vita regolare, che garantisca una dignità una
volta fuori dal contesto carcerario pari a quella del cittadino incensurato,
libero.
Riguardo a
questo concetto è paradigmatica la nota citazione di Victor Hugo il quale ne ‘I
miserabili’ recita:” La liberazione non è libertà, si esce dal carcere e non
dalla condanna “.
L’ex detenuto
per la società che non è pronta ad accoglierlo, rimane tale, perché l’onda
sociale macchia irrimediabilmente la sua identità. Un percorso psicologico e
psicoterapico è fondamentale anche perché aiuta il detenuto ad affrontare le
problematiche non solo all’interno, ma che inevitabilmente troverà anche fuori
dall’istituto penitenziario. Chi entra in carcere va incontro a solitudine,
privazione degli affetti oltre che della libertà, a giornate tutte uguali
fortemente ritualizzate, tutto è sempre uguale, depersonalizzante e ciò porta a
un progressivo deterioramento mentale, dovuto alla privazione di stimoli o al perdere
di vista nuovi orizzonti perché cancellati dalla visione quotidiana delle mura,
ciò conduce il soggetto a perdere la capacità di ridefinirsi. La vita è
sospesa, bloccata, ma il dolore mentale no, ciò porta i soggetti più fragili a
scegliere una fuga dalla vita per evadere da questo dolore mentale che li
imprigiona più delle sbarre.
Le parole del
cappellano di un carcere, in seguito al suicidio di un ventenne, mi hanno
lasciata basita: “Era un detenuto molto fragile. Me lo avevano segnalato gli
agenti di polizia penitenziaria e gli avevo parlato. Purtroppo non è stato
sufficiente”. Perché lo Stato non garantisce assistenza psicologica?
Il problema
principale del carcere è proprio questo oltre al sacerdote, servono figure professionali
specializzate che garantiscano la differenziazione dei trattamenti sanitari a
seconda delle esigenze del detenuto. Come dicevo prima molti soggetti
condannati a una pena detentiva presentano già al loro ingresso i sintomi di
una malattia mentale ed altri invece possono accusare sintomi di malessere
psicologico durante il corso della detenzione. Il suicidio è un fenomeno
complesso e multi casuale e nella popolazione carceraria rappresenta la prima
causa di morte. Un fattore di rischio per gli agiti suicidari è considerato
l’essere in attesa di un giudizio e l’incertezza della condanna, unito al
trauma della reclusione, incide fortemente nella creazione di forti stati
d’ansia, soprattutto nei nuovi giunti ovvero di coloro fanno il loro ingresso
all’interno dell’istituto penale o sono alla prima esperienza detentiva ed è
soprattutto qui che la figura dello psicologo penitenziario diventa prioritaria
e di completamento al personale del carcere, in particolare parlo di agenti
penitenziari, operatori, educatori, mediatori culturali, criminologi,
insegnanti e operatori sanitari.
Il
sovraffollamento, gli spazi troppo piccoli, le scarse condizioni igieniche, la
carenza di personale penitenziario, in che modo possono incidere questi
fattori?
C’è’ anche da
dire che la maggior parte degli istituti carcerari sono fatiscenti e maltenuti.
Per quanto riguarda le condizioni igieniche qualora ci fosse negligenza della
pulizia e dell’ordine della persona e della cella l’ordinamento penitenziario
prevede per i detenuti e gli internati sanzioni e ammonizioni, ma nonostante
ciò la precarietà delle condizioni igieniche rimane unita al sovraffollamento,
alla totale mancanza di privacy, abbassa le condizioni umane basilari di
sopravvivenza. Quindi in parte incide. Inoltre la carenza di personale
penitenziario non rende facile il controllo dei detenuti o il captare immediato
di comportamenti a rischio o situazioni di disagio.
Dopo la
pandemia chi entra in carcere è ancora più fragile di quanto non avvenisse in
passato?
L’emergenza
epidemiologica ha colpito tantissimo il mondo carcerario e in questo il
sovraffollamento non ha aiutato e il sistema penitenziario ha corso il forte
rischio di diventare un moltiplicatore della curva del contagio. La pandemia è
stato un fenomeno nuovo e destabilizzare per tutti, nessuno ne è uscito
psicologicamente illeso, figuriamoci chi recluso ci era già è non ha potuto
ricevere più neanche le visite dei famigliari. Ciò ha comportato un aumento
delle frustrazioni, ulteriori deprivazioni e diritti sospesi. L’esigenza di
contenimento del virus, indubbiamente, ha fatto passare in secondo piano i
diritti dei detenuti portandoli a “inasprimenti” improvvisi della condanna,
infatti sotto molti profili l’emergenza Coronavirus ha enfatizzato le molteplici
carenze degli istituiti di pena a partire dalla persistente mancanza di
tempestivo intervento di risposta a una patologia psichiatrica insorta o
maturata durante la detenzione, tempestivo tanto quanto accade invece per
quelle fisiche.
Quali possono
essere possibili interventi per eliminare il disagio detentivo?
Le condotte
autolesioniste quali lo sciopero della fame, i ferimenti auto inflitti, rappresentano
una forma di protesta e quindi una manifestazione di malessere. Sono una
richiesta di aiuto così come i tentativi di suicidio. Sono campanelli di
allarme che devono far riflettere sul fatto che qualcosa all’interno
dell’istituto penitenziario non sta funzionando. I condannati e gli internati
devono essere sottoposti a una continua valutazione delle loro condizioni
mentali e psicotiche. Ciò è fondamentale per un intervento tempestivo, che
diventa necessario soprattutto dopo che il detenuto è stato sottoposto a un
periodo di isolamento. Al di là del presidio psicologico è utile impegnare il
detenuto in attività come laboratori, attività di studio o lavorative qualora
sia possibile, per alleviare il disagio dovuto alla quotidianità. Formare il
detenuto, dargli la possibilità di impiegare il tempo in qualcosa di utile non
solo contribuisce a dargli la possibilità di imparare un mestiere e acquisire
competenze spendibili una volta fuori, ma è una forma di prevenzione perché
permette all’individuo di avere un’occasione di riscatto sociale, di non
sentirsi totalmente emarginato, permettendogli di guardare al futuro.
Anna Ammanniti